In pochi mesi nasce BeeLife, un’idea che arriva di getto, quasi istintiva dal nostro team Digital. Chi se non le api sono protagoniste della rigenerazione nel nostro pianeta? Attraverso giochi di intrattenimento e sfide si è cercato di trasmettere al pubblico l’importanza e l’impegno di queste piccole creature che, come noi, con ogni singola azione possono contribuire a far funzionare il sistema.

Il concept viene modellato attorno a due cardini: realtà aumentata e multiplayer persistente. 

Ma cosa significano? Multiplayer lo dice stesso la parola, più giocatori affrontano le sfide di BeeLife, senza mai incontrarsi, non essendo multiplayer in tempo reale. Persistente invece perché ogni qualvolta un utente partecipa all’esperienza creerà parte di un ecosistema (nel nostro caso l’alveare) visibile e percepibile da tutti gli altri utenti.

 Ogni utente trascinerà la propria cella esagonale nell’alveare, che si incastrerà perfettamente tra le altre celle create dagli altri utenti formando così un mix perfetto tra interattività e lavoro di gruppo – Paolo Di Capua, Innovation Architect in Fides

BeeLife è composta da cinque differenti postazioni che differiscono per attività. L’intrattenimento alla base è sicuramente la realtà aumentata che indica al giocatore i vari step per giungere alla realizzazione dell’alveare. Una delle fasi più dinamiche è sicuramente quella del gaming, una sorta di arcade puzzle in cui l’ape trovandosi su di un sistema fluttuante cubico supererà trappole o characters nemici. 

Ma veniamo alle note succose, per la modellazione abbiamo lavorato su sistemi quali Cinema 4D e Silo 3D mentre il software è stato realizzato interamente con la tecnologia Unity ed il riconoscimento dei cosiddetti marker. Il software riconosce appunto il marker che riproduce una realtà aumentata, questa plasma ogni volta elementi tridimensionali diversi tra loro con una interazione diversa tra loro. 

Portiamo l’esempio delle celle esagonali. L’utente inquadrando il marker genera una cella che viene trasportata da una postazione all’altra senza la necessità di inquadrare più il marker. La cella arrivata alla successiva postazione viene lanciata nell’alveare che, attraverso un algoritmo, non si posizionerà mai nella stessa zona ma accanto o in mezzo ad altri moduli. Le celle create persistono in quella data posizione per tutta la durata della mostra cosicché il pubblico potesse vedere l’alveare costruito da tutti gli altri utenti. Inoltre è stato possibile sviluppare un qualcosa che in tempo reale potesse dare l’idea di quello che gli altri utenti stessero facendo in quello stesso momento: ovvero mentre un utente posiziona il suo esagono nell’alveare e l’altro utente invece inquadra l’esagono vede l’esagono del primo utente muoversi sul suo smartphone.

Lo scenario finale che ci si presenta è un ecosistema surreale,  formato da celle che si trasformano in fiori con sfumature molto accese: si avverte nell’immediato la veemenza della natura che non si può né distruggere né gestire.